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Nel 1991 casualmente nel corso di alcuni lavori di sbancamento per la realizzazione di uno stradello campestre venne individuata una piccola tomba a nicchiotto relativa alla sepoltura di un incinerato.
I materiali riconducibili tutti ad officine di area volterrana consentono di datare la sepoltura tra la fine del III secolo a.C. e i primi decenni del successivo.
La piccola sepoltura di Scannicci, pur nella sua relativa modestia, presenta non pochi caratteri di eccezionalità sia per l'uso del bacile bronzeo, come contenitore delle ceneri, sia per la presenza della lagynos, sia per l'anfora da trasporto. Infatti quest'ultimo offre una testimonianza di notevole importanza per la presenza sulla spalla di un'iscrizione incisa prima della cottura, che consente di riconoscere in quest'aerea i possedimenti terrieri della famiglia volterrana dei Lecu, una gens al momento poco nota, ma che doveva avere un ruolo non secondario nella vita politica e religiosa di Volterra, annoverando tra i suoi membri quell'Aule Lecu, che è l'unico volterrano raffigurato nella sua funzione di auruspice.
Significativa per la ricostruzione dell'ideologia sottesa alla sepoltura risulta infine la lagynos, la brocca del vino, una forma di rituale assai particolare connessa con le nuove forme di religiosità bacchica diffusasi anche in Etruria nel corso della piena età ellenistica. La lagynos costituisce infatti il vaso funzionale ai rituali delle grandi feste dionisiache interclassiste fondate ad Alessandria da Tolomeo IV alla fine del III secolo a.C. La lagynoforia ovvero feste in cui si porta la lagynos e rapidamente diffusasi nelle aree di cultura greca o di forte ellenizzazione come l'Etruria.
Il materiale è esposto presso il Centro di Documentazione di Capannoli
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