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Il primo reperto riportato alla luce dai Gruppi Archeologici d'Italia

Il Simbolo dei Gruppi Archeologici d'Italia

Il simbolo di tutti i Gruppi aderenti all’associazione nazionale dei GRUPPI ARCHEOLOGICI d’ITALIA, indipendentemente dal loro nome, è l’effige stilizzata di Meleagro nell'atto di uccidere il cinghiale Calidonio.

Ciò è dovuto al fatto che il primo reperto portato alla luce dai Gruppi Archeologici d’Italia, fu un foculus, sul quale era impressa a bassorilievo in maniera ricorrente, la scena di Meleagro che uccide il gigantesco cinghiale Calidonio, così chiamato perché nella mitologia per volere di Artemide infestò la Calidonia (regione che prendeva il nome dall’antica città greca Calidone che si trovava all’imbocco del golfo di Corinto), danneggiando i raccolti. A tal proposito giova ricordare il personaggio mitologico di Meleagro (nome che nell'antica lingua greca significa: colui che pensa alla caccia), del quale racconteremo un po' della sua storia mitologica.

Nella mitologia Altea aveva dato a Oineo re dell'Etolia molti figli, ma il più famoso è Meleagro che in realtà è figlio di Ares (Marte) dio della guerra, perché Altea aveva amato Ares la stessa notte che aveva giaciuto con Oineo. Le Moire (Parche), le tre vecchiette divinità del destino, fecero visita ad Altea; la prima Cloto (la filatrice: filava lo stame del destino), predisse che il fanciullo sarebbe stato di animo nobile; la seconda, Lachesi (colei che da in sorte: avvolgeva lo stame al fuso), cantò il suo coraggio; la terza, Atropo (l'inflessibile: colei che predice quando verrà tagliato il filo della vita degli uomini) gettò un pezzo di legno nel focolare e profetizzò che la vita di Meleagro sarebbe durata tanto, quanto avrebbe impiegato quel tizzone a bruciare. Fulmineamente Altea prese quel tizzone dal fuoco, lo spense e lo conservò in una cassa, in luogo segreto, interrompendo la profezia. Per farla breve, anche se questa storia mitologica è affascinante, Meleagro ancor giovanetto fece parte degli argonauti e partecipò con Giasone alla conquista del Vello d'Oro. La sua fine avvenne per una vicenda di caccia mescolata a un po' di amore e alla rottura in favore di questo, di una tradizione. Il Fato volle che Oineo in occasione della festa della mietitura, durante un banchetto sacrificale dimenticasse, fra tutti gli dei, di rendere onore ad Artemide (Diana) dea della caccia, per cui questa adirata mandò sui campi della Calidonia un grosso cinghiale infuriato che devastò colture ed alberi, distruggendo ogni raccolto. Oineo, quindi organizzò una cacciata alla quale parteciparono molti eroi greci, che si ritrovano nei poemi epici e che non è il caso di citare, ma in particolare Plesippo e Toseo zii materni di Meleagro e la bella e forte cacciatrice dell'Arcadia Atalanta, alla quale Meleagro rivolse le sue attenzioni. Dopo qualche giorno di caccia il cinghiale Calidonio aveva già dilaniato con le sue zanne ben cinque eroi greci, ma mentre affrontò Meleagro, Atalanta, da più lontano tendendo l'arco scoccò una freccia che ferì la preda ad un orecchio, la bestia ebbe un attimo di smarrimento e Meleagro la poté uccidere trafiggendola con la lancia. Ora com'era d'uso, l'animale doveva essere diviso in pezzi tra i cacciatori, ma all'uccisore spettavano in più la testa e la pelle, Meleagro le prese e le offrì ad Atalanta. Per ispirazione di Artemide la cui ira non era ancora placata si scatenò la gelosia tra i cacciatori, Plesippo e Toseo strapparono ad Atalanta le spoglie dell'animale; dovette perciò intervenire Meleagro, ma dalla discussione si passò alla contesa ed in conclusione morirono proprio gli zii materni di Meleagro.

La madre venuta a conoscenza della morte dei suoi fratelli, presa dalla disperazione invocò gli dei degli inferi Ades e Persefone perché facessero morire il figlio, causa della sua disperazione. Meleagro indignato per questa maledizione si ritirò presso la sua casa con la moglie, la bella Cleopatra figlia di Idas, invece di affrontare i Cureti (Coribanti) che nel frattempo stavano occupando il regno del padre e che avrebbero ridotto anche lui in schiavitù. Solo le suppliche della moglie gli dettero il coraggio di riprendere le armi e di respingere i Cureti, i quali erano già erano in procinto di imperversare sulla reggia del padre. Ma intanto le Erinni dell'Erebo ( le Furie), avendo sentito le maledizioni di Altea, chiesero giustizia a Zeus che incaricò Apollo di eseguire la punizione e questi teso il suo arco d'argento, scoccò i suoi dardi su Meleagro, rendendo vano il potere magico del tizzone, (erano infatti i suoi dardi quelli che spezzavano la vita degli uomini). Altea, svaniti i fumi dell'ira, e appresa la morte del figlio si uccise. Le donne che venute a conoscenza della morte dell'eroe lo piansero con forti grida, vennero trasformate in uccelli: gli uccelli meleagridi (le nostre faraone, le quali infatti emettono forti grida).

Liberamente tratto dall’articolo di Ugo Cracò sulla rivista “ARCHEOLOGIA”

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